Bohemian Rhapsody

Bohemian Rhapsody

Regia di Bryan Singer. Con Rami Malek, Lucy Boynton, Gwilym Lee, Joseph Mazzello, Aidan Gillen. Genere: Biografico, Drammatico, Musicale. Distribuito da 20th Century Fox. Gran Bretagna, 2018.

Io ci sono stato a Wembley

Recensione di Cristiano Carriero

Ci sono stato quella volta che sono andato a casa del mio amico Sandro, ed ho visto per la prima volta la copertina del disco dei Queen. Io che collezionavo solo 33 giri e cassette di musica italiana rimasi folgorato da quella copertina. Immaginai quello stadio pieno e il pugno che si alza verso il cielo. Sono stato a Wembley quando salito in macchina con Felice, ed ho cantato Tear it Up mentre andavamo al mare. Lui mi disse che era stato bocciato e a me sembrava una cosa tremenda. Eppure aveva una cultura incredibile, Felice, e parlava l’inglese come nessuno dei miei amici. “L’ho imparato ascoltando i Queen” mi disse.

Sono stato a Wembley quando abbiamo vinto il campionato al Di Cagno Abbrescia – mica la Champions League – ad abbiamo messo We are the Champions negli spogliatoi. C’era Francesco, c’era Claudio, c’era Pano, che oggi non c’è più. C’eravamo noi, ed eravamo i campioni; perché tutti una volta, grazie a quella canzone, ci siamo sentiti tali e l’abbiamo gridato al mondo alzando gli occhi al cielo e abbracciandoci. Questo fanno i capolavori: includono.

Sono stato a Wembley quando ho ballato We will rock you in campeggio, battendo le mani insieme a tedeschi, cechi, polacchi, francesi, perché quella lingua e quei battiti ci accumunavano. Sono stato a Wembley quando Luca mi ha fatto ascoltare Bohemian Rhapsody utilizzando ripetutamente il tasto rewind dello stereo perché voleva che io, assieme a lui, mi meravigliassi di quel prodigio di canzone. E quando una cosa è prodigiosa devi fermarti. Riascoltarla. Approvarla continuamente.

Sono stato a Wembley tante volte, in questi anni.

Ecco perché guardando Bohemian Rhapsody, mi è sembrato di tornare in un posto dove, in realtà, non stato mai. Perché questo fanno gli artisti. Ti fanno sentire un campione anche se a casa hai solo coppette e medaglie improbabili. Ti fanno sentire parte di qualcosa di grande, di immenso. Di eterno.

E fa niente se Bohemian Rhapsody è un’agiografia edulcorata della vita dei Queen. Se molti passaggi sono molto più vicini alla fiction che ai fatti, come quando Freddy confessa di aver preso l’AIDS prima del Live Aid, quando in realtà lo annunciò nel 1989 o forse nel 1991, un anno prima di morire. Tanti altri particolari del film sono stati contestati dai fan, ma poco importa. Quello che emerge è l’ossessione per la perfezione musicale, per l’anticonformismo vero, e non mi riferisco a quello di Freddy Mercury ma a quella del resto della band. Un dentista, un ingegnere, un “e tu cosa avresti fatto se non mi avessi incontrato?” – “Non so, forse nulla”. Musicisti capaci, virtuosi, che vivevano un rapporto di amore – odio con il loro leader. Un rapporto che gli ha permesso di creare capolavori, in qualunque modo la si voglia vedere. Perché i Queen possono anche non piacere, ma nessuno può dire di non conoscerli, di non aver cantato almeno una volta il ritornello di We are the Champions o quello di The show must go on. “Bohemian Rhapsody” non è solo un film (inesatto) sulla vita dei Queen. È la storia della genesi di un capolavoro e dei suoi mille intrecci. Quelli del leader, quelli della band e di noi che siamo stati a  Wembley. Anche se non ci siamo stati mai.

 

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