Cold war

Regia di PawelPawlikowski con Joanna Kulig, TomaszKot, Borys Szyc, Agata Kulesza, Cédric Kahn, Jeanne Balibar. Genere: Drammatico. Distribuito da Lucky Red – Polonia, 2018

Cold war

recensione di Cristiano Carriero

Si può guardare una storia d’amore passionale, travolgente e irrazionale e scoprire alla fine del film che non ci si è commossi nemmeno per un attimo? Le luci della sala si accendono, la dedica di Pawel Pawlikowski è appena passato sullo schermo. Lucida, anch’essa semplice, quasi disarmante: ai miei genitori. Scoprirò solo a casa che la storia raccontata nel film è ispirata proprio a quella dei genitori del regista. Mi guardo intorno, e nessuno insala ha il volto segnato dalle lacrime. Perché? Perché io che mi commuovo anche per i film di Pieraccioni non sono riuscito a piangere? Perché Cold War è un film che sul titolo ci gioca tantissimo. Ci sono due guerre sullo sfondo. La più violenta e irrazionale è una storia d’amore. L’altra è quella inevitabile, a suo modo necessaria, tra il socialismo e la borghesia. Tra i paesi allineati con l’Unione Sovietica e quelli capitalisti di cui Parigi rappresenta la capitale europea. Una città dove può succedere tutto, ma poi in fondo non succede nulla, tanto che il regista ambienta tutte le scene all’interno di spazi chiusi e angusti. Spazi dove si finisce per litigare, per rinnegare il passato, persino per avere nostalgia del regime.

È una Europa paradossale quella in cui viene ambientato Cold War. Berlino è già divisa in quattro parti ma, ammonisce uno dei protagonisti, “I tedeschi restano pur sempre tedeschi”. Non sono passati neanche dieci anni dalla fine della seconda guerra mondiale, la pace è solo una finzione scenica, e la Polonia una nazione che dopo aver vissuto lo strazio dei campi di concentramento, una sorta di laboratorio del regime sovietico. Laboratorio di lavoro e cultura socialista. La giovanissima Zula viene scelta per far parte di una compagnia di danze e canti popolari. Tra lei e Wiktor, il direttore del coro, nasce un grande amore, ma nel ’52, nel corso di un’esibizione nella Berlino orientale, lui sconfina a ovest – all’epoca non è stato ancora costruito il muro – e lei non ha il coraggio di seguirlo. S’incontreranno di nuovo, nella Parigi della scena artistica, fidanzati con altri , ancora innamorati. Tanto che Wiktor, tornando a casa dopo l’incontro con Zula, rivolge alla compagna una delle frasi più belle del film e non solo:


“Sei stato a puttane?” 
“No, non ho i soldi per le puttane. Ho incontrato la donna della mia vita”.

La compagna francese, poetessa, non si scompone. Dice solo: “adesso fammi dormire”, come se fosse rassegnata a quel grande amore. Come se nulla potesse, né lei né chiunque, di fronte al volere del fato. Ma stare insieme è impossibile, perché la felicità di Wiktor e Zula è perennemente ostacolata da una barriera di qualche tipo, politica o psicologica. Una storia d’amore così travolgente che sembra distante e fredda (ed è qui il capolavoro), ma solo perché racchiude l’orgoglio silenzioso del popolo polacco e la “fotografia” di quegli anni, il rigore del socialismo, la poesia forzata di Parigi, l’irrazionalità del ritorno in patria con una pena da scontare. Inquadrature fisse, formato a metà strada tra un 4:3 e un quadrato, cori popolari, bianco e nero. Il jazz, elemento di rottura. Cold War mantiene quasi sempre lo stesso tono. Costruito su blocchi, la forma che prevale sul contenuto, proprio come in un canto sovietico. La parola è affidata soprattutto alle canzoni, tanto che viene da chiedersi che film sarebbe – un film ugualmente bellissimo – visto in una lingua sconosciuta e senza sottotitoli. La sensazione è che non cambierebbe nulla. E, a proposito di canzoni, è presente anche l’omaggio ad AdrianoCelentano, e ai suoi 24.000 baci. Ovattata, sullo sfondo di una della scene più intense del film. Del più bel bianco e nero di sempre, forse.

Blaam rating: più di 20 scene di fumo