Domani è un altro giorno

Regia di Simone Spada. Con Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Anna Ferzetti, Andrea Arcangeli. Genere: Commedia, Drammatico. Distribuito da Medusa Film. Italia, 2019.

L’amicizia, l’amore, la vita

Negli ultimi anni c’è, nella commedia italiana, una forte inclinazione verso il racconto della morte. Questa tendenza potrebbe apparire già di per sé come un paradosso. La morte come scusa per raccontare la nostra vera dimensione: perché a quanto pare c’è solo un modo per fermare lo spettacolo che ci vede in scena ogni giorno, e quel modo è conoscere il nostro destino. Sapere che abbiamo ancora poco tempo, per salutarci.

In “Domani è un altro giorno”, quel tempo è un week end lungo. “Lunedì devo tornare a lavoro”, dice Tommaso (Valerio Mastandrea) a Giuliano (Marco Giallini). Ma in quei quattro giorni il lavoro è lontano, assente, e i due amici si prendono il lusso di provare a fermarlo questo tempo – ma tanto nessuno ci riesce, ed è qui l’ineluttabilità del film – vivendo alla giornata come adolescenti, o forse pensionati, che si ritrovano a dover inventare scuse per riempire le ore vuote della mattina e del pomeriggio. Una passeggiata al parco con il cane Pato – miglior attore non protagonista del film -, una gita di una giornata a Barcellona, una replica, l’ennesima, a teatro. Un piatto di spaghetti con le vongole e una pasta alla norma “da paura”, cucinata proprio da Giuliano. Che di mestiere fa l’attore e va in scena tutte le sere, ripetendo sempre lo stesso copione, che ormai fa fatica a ricordare. È la sua malattia, una malattia senza scampo che si chiama tumore al fegato, a dettare il tempo delle giornate, delle battute, dei silenzi. Ormai non c’è più nulla da fare e Giuliano non ha nessuna intenzione di perdere quel poco tempo che gli rimane in una lotta senza speranza. Perché Giuliano va oltre lo stereotipo della lotta a tutti i costi e trova nel suo amico Tommaso il complice ideale.

Valerio Mastandera, che in Euforia (il film con Riccardo Scamarcio) interpretava il fratello malato, questa volta veste i panni dell’amico che deve dare conforto, ma ha la stessa espressione sfatta, lo stesso respiro affannato e il cinismo di chi sta comunque toccando la morte da vicino. Non scappa, perché nella vita è già scappato quando è andato a vivere in un paese del Canada dal nome impronunciabile (Catseye), ma si carica sulle spalle la responsabilità del suo ruolo “Ci provo a convincerlo, a continuare le cure. Ci provo, ma a mio modo”. E il suo modo è spegnere la TV e riaccendere la musica di un vecchio stereo, brindare al futuro che non esiste, regalare a Giuliano un libro sulle anime. Anime terrene, inquiete, anime che vivono all’ombra di un Colosseo sfavillante, e che come moderni Sherazade si interrogano su questioni futili: “Ma come mai il direttore del teatro si è portato indietro le paste?”. Di quel libro sulle anime sappiamo poco, se non che ad un certo punto Giuliano lo restituisce a Tommaso.

In Domani è un altro giorno non si parla di religione. Non si parla di aldilà, ma di un lungo viaggio. Non si parla di fede, se non di quella pietas a cui Giuliano, a differenza del De Andrè de “Il testamento” – “che un uomo è morto senza pregare fuggendo il peso della pietà” – si appella in uno dei rari dialoghi tra i protagonisti in cui si parla di cosa c’è dopo la vita. È un dialogo strano, perché avviene al telefono e Tommaso è a letto, in dormiveglia: “Ma non eri ateo tu?” dice a Giuliano. “Sì, profondamente ateo”, gli risponde Giuliano. “Ah, e dici che adesso…”. “Eh mi sa”. Molti discorsi sono così. Sono accennati, sono giochi di sguardi, sorrisi, espressioni contrite. Il film è lento, come sono lente le giornate dei protagonisti, ma poi ad un certo punto ti accorgi che il trucco è sperare che quel tempo non passi (mentre il film scorre comunque, inesorabilmente), perché quello è il tempo della vita, e può essere di un’ora, quattro giorni o cento anni, ma è un tempo che non ritorna. Il film è un remake dell’americano Truman, che è il nome del cane. Nella versione italiana il cane si chiama Pato ed è il protagonista di una delle battute più belle del film. Accade quando Giuliano lo porta a casa dei suoi futuri padroni. Lui gli chiede “Ma Pato come il giocatore del Milan?”. Giuliano e Tommaso si guardano e rispondono: “No, Pato come il fratello di Falcao”. Un omaggio al romanismo, di cui Giallini e Mastandrea sono esponenti, una digressione per appassionati.

In Domani è un altro giorno si ride, ma sono risate amare. Per certi versi il film è la versione moderna di un altro film italiano, Lui è peggio di me (con Pozzetto e Celentano) ma senza il lieto fine e il brio degli anni ’80. Sono anni diversi, questi. Anni in cui serve l’ombra della morte per accorgersi della bellezza della vita. Alla fine resta un applauso, lungo. Un tributo ad un attore che non è più sul palco, e neanche in sala. È fuori, nell’atrio. Vivo, ma ancora per poco. È il privilegio e la beffa di Giuliano.

Blaam rating: meno di 20 scene di fumo

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