È stata la mano di Dio

Regia di Paolo Sorrentino. Con Filippo Scotti, Toni Servillo, Teresa Saponangelo, Marlon Joubert, Luisa Ranieri. Genere: Drammatico. Distribuito da Lucky Red. Italia 2021.

Il talento e la perseveranza di Dio

È stata la mano di Dio è la storia di un miracolo, o meglio di una serie di miracoli. Il più grande è chiaro già nel primo fotogramma del film: è la maestosa bellezza di Napoli, la città alla quale Sorrentino, non aveva ancora – colpevolmente? – dedicato un film. È tutta qui la grandezza, il dubbio, il sentimento (inteso come categoria di pensiero): il regista, preso dal desiderio di scappare dalla realtà – perché come dice nel film “la realtà è scadente” – non aveva ancora raccontato la sua città, e quindi la sua storia. Il suo grande amore, e il suo grande dolore. Che poi, alla fine, sono la stessa cosa. “Ma tu ce l’hai un grande dolore da raccontare?” chiede ad un certo punto uno dei personaggi al piccolo Fabietto. “Rispondi, o’ tien un grande dolore?“.

Come tanti grandissimi artisti Paolo Sorrentino un dolore ce l’ha, ed è una delle chiavi del film, ma è evidente anche che questo non basti. Bisogna avere qualcosa da dire: almeno una grande cosa da dire. Napoli non è l’unico grande protagonista della storia: c’è Dio e la sua mano, la volontà e il libero arbitrio, e nessuno meglio di Diego Armando Maradona rappresenta questo arbitrio: è lui a scegliere di lasciare Barcellona per venire a giocare in Italia. È lui a scegliere Napoli e non Torino (la Juventus), perché sente che in quel posto e solo in quel posto nel mondo può diventare idolo, icona, sindone.

È lui, infine, che elimina l’Inghilterra dai Mondiali prima con un gol di mano e poi con uno dei gol più belli del mondoMaradona, en una corrida memorable, en la jugada de todos los tiempos… barrilete cósmico… ¿de qué planeta viniste? ¡Para dejar en el camino a tanto inglés! ¡Para que el país sea un puño apretado, gritando por Argentina!” – la telecronaca di Victor Hugo Morales è uno dei tanti omaggi del film – dicendo poi, nell’intervista del dopo partita, che “È stata la mano di Dio”, chiaro riferimento alla guerra tra inglesi e argentini per la conquista delle Isole Malvinas (Falkland, per i britannici).

Ma la vera mano di Dio, che si poggia sulla testa del regista, la scopriamo più avanti nel film. Non riguarda il calcio, se non per una coincidenza di data: al San Paolo si gioca Napoli – Empoli, è il 1986 e sta per accedere l’evento che segnerà il destino di Paolo Sorrentino. Vale la pena vedere “È stata la mano di Dio” sia in muto, godendosi soltanto le immagini, la fotografia – per questo il mio consiglio è di non aspettare che esca su Netflix, il cinema ci allontana molto di più dalla vita, scandente -; oppure chiudendo gli occhi e imparando a memoria tutte le citazioni, l’aneddotica sempre così ricca, a volte tracotante, fino a quando uno dei personaggi non chiede ad alta voce, alzandosi in piedi, di eliminare gli orpelli.

Nel dubbio vale la pena guardarlo e riguardarlo, perché il film è pieno zeppo di omaggi: a Fellini, a Zeffirelli, a Morales, agli anni ’80 rappresentanti dal walkman sempre presente, a Enzo De Caro, alla zuppa di latte di Eduardo, persino allo stesso Sorrentino. Su tutte, la scena della baronessa che chiede al piccolo Fabio di far uscire dal salone un pipistrello: cammeo di uno dei libri più divertenti dell’autore, Hanno tutti ragione. Non manca, ovviamente nemmeno l’omaggio a Pino Daniele, ai mille colori della sua Napoli, e alla ciorta che in fondo va cercata perché poi, alla fine “Chi nun tene coraggio nun se cocca ch’ ‘e femmene belle”.

E, a proposito di donne belle, Luisa Ranieri è simbolo della femminilità partenopea, con la sua bellezza ossidrica da Lupa verghiana contemporanea (citazione di Donato Barile), che rischia seriamente e volutamente di distoglierci da tutto il resto. Ma non ci riesce nemmeno lei, perché tutto il resto è troppo importante: È una storia di talento, ma soprattutto di perseveranza. Perché se Maradona ha bisogno di essere perseverante, non può non esserlo un ragazzino che ambisce a diventare regista. Anche perché per passare dalla fanciullezza all’età adulta non occorre creatività, ma dolore e coraggio. “Tu sei solo, è vero. Ma sei libero. Ricordati“. L’importante è non disunirsi, ma restare concentrati sull’unica vera grande urgenza: andare alla ricerca dell’origine della bellezza.

Blaam rating: più di 20 scene di fumo