Hammamet

Regia di Gianni Amelio. Con Pierfrancesco Favino, Livia Rossi, Luca Filippi, Silvia Cohen, Alberto Paradossi. Genere: Drammatico. Distribuito da 01 Distribution. Italia 2020.

Sic transit gloria mundi

Sul film di Gianni Amelio, Hammamet, non avevo grandi pretese. Non sapevo neanche cosa aspettarmi. E mentre mi accingo a scrivere questa recensione mi resta ancora qualche dubbio su ciò che ho visto (e su ciò che ho capito). Sì perché c’erano infiniti modi per raccontare la caduta di un personaggio colossale ed oscuro come Bettino Craxi, e forse Amelio lo ha fatto scegliendo la strada più tortuosa, meno realistica e poco chiara, a metà tra il surrealista (soprattutto nel finale), il metaforico e il biopic puro.

Ecco, posso dire (senza certezza alcuna però) che Hammamet sia un biopic che mira a scavalcare la realtà, soprattutto politica, al fine di focalizzare l’attenzione su una vicenda esistenziale: il declino doloroso, dal punto di vista fisico e morale, di un personaggio politico rintanatosi in Tunisia per scappare dalla giustizia italiana e da Mani Pulite.

Che cosa significa per un potente arrogante, spregiudicato e intelligente, che tutto aveva a portata di mano, passare nei panni di malato o invalido? E quali costi umani ha questo progressivo dire addio alla vita, nonostante il motto: “Aggiungere vita agli anni, e non anni alla vita”? Sono queste le domande di un Presidente (nel film Craxi resta innominato, così come tutti gli altri personaggi) che non riesce a trovare risposte, né tantomeno giustizia (o grazia). Ma c’è anche la riflessione sul passato di un politico innominato e fuggito ad Hammamet per sottrarsi a due condanne definitive. Il protagonista infatti si rispecchia nella vicenda che fa da cornice: quella del tesoriere del suo partito, morto suicida, ma “resuscitato” dal figlio Fausto.

Padre e figlio sono la voce della coscienza, il grillo parlante nella testa del leader. Rappresentano simbolicamente quello che era in origine il Partito socialista, specie il padre, che non si toglie mai la tuta da operaio: rifiutando il magna magna anche reale, Vincenzo richiamava il capo alla rettitudine e lo metteva in guardia dagli adulatori, ottenendo il suo rispetto e il suo affetto, ma si suicidava di fronte alle inchieste giudiziarie, per protestare la sua innocenza.

E così, mentre il suo stato di salute si aggrava e molti gli chiedono di tornare in Italia per le cure, lui è lì che riflette, confessa pensieri, idee, sensi di colpa ed incredulità verso quel paese di cui era dominatore e padrone, senza sapere fino in fondo se tornare o rimanere nel suo sdegnoso esilio. Amelio vuole dunque reinventare in maniera poetica gli ultimi mesi di un uomo ormai sconfitto e vicino alla morte. Con poche concessioni alla scena politica di quegli anni, e molte scene che ricreano in chiave intimista la parabola del decisionista: per cui la crisi di Sigonella diventa un gioco di soldatini del nipotino, Tangentopoli una macchinazione e la contestazione con le monetine all’Hotel Raphael uno spauracchio agitato dai turisti.

Se la pellicola presenta delle lacune, anche nella sceneggiatura, con un finale strano e a dir poco fantasioso, sul talento di Pierfrancesco Favino non si può dir nulla. La sua interpretazione è magistrale. Ed è stupefacente, quasi sconvolgente, quanto la parlata sia identica a quella del vecchio capo socialista.

Nonostante la superba prova dell’attore protagonista e di tutto il cast (tra cui il meraviglioso Omero Antonutti, alla sua ultima apparizione purtroppo), il film lascia più di qualche perplessità. Una cosa è certa (e forse l’unica che ho capito): il Craxi di Amelio porta al nostro tavolo il salato conto con il passato: è lo scontro di generazioni, un tema tanto caro al cinema, ma trattato in maniera quasi rivoluzionaria. Una tensione quasi nascosta, che emerge sporadicamente, ma che rappresenta il punto di forza del film e della storia craxiana.

Siamo di fronte a quella generazione che, pur avendo conosciuto la fame durante la guerra e la ricchezza di un’Italia”quinta potenza industriale”, ha commesso i suoi errori, e di questi le generazioni successive da un lato ne pagano il prezzo, dall’altro sono messe di fronte all’inevitabile giudizio che-volente o nolente- bisogna dare.

Un’ultima considerazione: in una sala gremita ero forse l’unico sotto i 35 anni.

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