I villeggianti (Les estivants)

Regia di Valeria Bruni Tedeschi. ConValeria Bruni Tedeschi, Valeria Golino, Pierre Arditi, Noémie Lvovsky, Yolande Moreau, Riccardo Scamarcio. Genere: Drammatico. Distribuito da Lucky Red. Francia, Italia, 2018.

Les estivants

“Lei si rende conto che la sua sceneggiatura è debole?” (Frederick Wiseman)

“Sì, me ne rendo conto perfettamente”. (Valeria Bruni Tedeschi)

È una delle prime battute de “I villeggianti” (Les estivant in francese, The summer house in inglese) e appare subito chiaro che Valeria Bruni Tedeschi sta parlando del suo film, anche se ancora dobbiamo capire dove vuole portarci. Poi, man mano che si va avanti, è facile intuire che si tratta di una storia autobiografica, dal momento che la protagonista passa gran parte del film a difendersi, a giustificarsi sull’opportunità di raccontare la propria storia. Che è quella del fratello scomparso a 40 anni – anche il fratello della Bruni Tedeschi è morto presto – ma in realtà di Marcello non si parla mai. Il suo ricordo è appena accennato, di lui si sa poco se non che andava in barca (lo scopriamo da una foto), che amava vestire elegante, nelle sue rare apparizioni è sempre ben vestito e che aveva un rapporto conflittuale con le sorelle, che per la cronaca sono la Bruni Tedeschi e Carla Bruni, che ne “I villeggianti” è interpretata magistralmente, ma sarebbe più opportuno dire re-interpretata, rivista, da Valeria Golino.

I villeggianti è un film su un uomo scomparso prima del tempo del quale non si parla mai. È una dedica, più che un ritratto. Una dedica che mette in scena le miserie umane, miserie che vengono amplificate da uno scenario che lascia senza fiato. Ma non è gioia, è ansia. Non è libertà, quella della villa in Costa Azzurra, è claustrofobia. Claustrofobia di personaggi che si incontrano, si incrociano, si scambiano opinioni e frasi di circostanza prima di andare a fare un bagno, una passeggiata in un sentiero, un cocktail prima di andare a dormire. Il film ha la struttura dell’opera teatrale. I tre atti sono quelli canonici: il primo serve a introdurre i personaggi e il luogo (chi e dove), il secondo a comprendere la maggior parte delle vicende narrate, il terzo atto a risolvere i conflitti. Nulla di nuovo, nulla di originale, se non che la scena dell’opera teatrale non è una stanza – mi viene in mente, ad esempio, “perfetti sconosciuti” che si svolge sempre all’interno della stessa sala da pranzo – ma una villa che dà pochi punti di riferimento. Neanche il tavolo da lavoro, continuamente spostato ora sotto il sole, ora sotto un albero, ora in una tavernetta, è fisso. Alcune stanze della casa non vengono mai utilizzate, su tutte quella del fratello Marcello, mentre i pranzi al sole si alternano con quelli della servitù – siamo nel 2019, ma è il caso di chiamarla così – che vive le stesse, identiche, miserie dei benestanti.

Tra malattie che non risparmiano i poveri, amori promessi, tradimenti, amori mancati e giochi di potere, è questo forse il vero prodigio de “I villeggianti”: dare ai ricchi e ai poveri lo stesso peso, gli stessi dolori, lo stesso linguaggio. Il linguaggio, soprattutto. Perché qui non ci sono domestici, la parola servitù l’ho usata per introdurre gli archetipi della commedia latina, che non vedono e non sentono. In questo film il maggiordomo apre la scena con una richiesta di attenzione e la presentazione del figlio, poi chiude il film con la più classica delle formule di congedo: “Se i signori non hanno più nulla da chiedere, io mi ritirerei nelle mie stanze”. È lui a rendere I villeggianti, ancora di più, un’opera teatrale. E se la sceneggiatura è debole, e lo è davvero, poco importa. Perché a rendere forte il film ci sono le interpretazioni della Bruni Tedeschi e di Valeria Golino, forse nella migliore versione di sé (soprattutto quando canta “Ma che freddo fa”).

Il film è lungo, probabilmente oltre il dovuto, ma è un trucco necessario per poter dare peso alla battuta più importante del film. Avviene quando Anna (la Bruni Tedeschi) e Nathalie (che non viene mai presentata ufficialmente, ma è la sua sceneggiatrice e confidente) dissertano sulla differenza tra commedia e tragedia.

“Sai qual è la differenza tra dramma e commedia?”
“Che la commedia ha una storia che fai finire al momento giusto”.

Ecco, allora qui allora siamo in un dramma, perché Valeria Bruni Tedeschi non ha nessuna intenzione di fermarsi al momento giusto. Il suo è un dramma personale, tra il peso traumatico del divorzio che grava come e quanto la perdita di un fratello, tanto che la presenza della sorella e della madre, che è la vera madre della Bruni Tedeschi (attrice e pianista), servono a provare a riportare il dolore lì dove dovrebbe essere. Ma è un tentativo vano. La villeggiatura, che è insieme il corpo e la scrittura stessa del film (la sceneggiatura e il suo farsi), concepimento e svolgimento, è l’impasse di cui è prigioniero. Il film apre con una battuta che ci accompagnerà per tutto lo svolgimento: “Ho l’ansia”. E proprio nell’ansia e nella mancanza di prospettiva nella quale questa élite non sa neppure affogare (altra metafora), ritrae un universo in cui nessuno vuole o riesce ad avere figli (“c’è ancora qualcuno con le mestruazioni in questa casa?”), una comunità che lavora in vacanza, che non vuole distinguere più destra e sinistra – se non dalla parole di Nathalie: “La destra è soggetta alle leggi della natura e lo accetta. La sinistra è soggetta alle leggi della natura e non lo accetta” – che non è più toccata dal dolore del mondo, che si diverte con citazioni e canzoni, ma che vive nella più precaria delle condizioni: quella degli eterni vacanzieri.

Blaam rating: più di 20 scene di fumo