Il primo Re

Regia di Matteo Rovere. Un film con Alessandro Borghi, Alessio Lapice, Fabrizio Rongione, Massimiliano Rossi, Tania Garribba. Genere Drammatico. Distribuito da 01 Distribution – Italia, Belgio, 2019.

Utinam. Una parola che chi ha studiato latino a scuola non scorda mai. Significa “magari”, ma non è un magari laico. Vuol dire “Voglia il cielo che” e ci racconta perfettamente quale importanza avevano gli Dei per il compiersi del volere del fato. È questa la storia de “Il Primo Re”, che prima ancora di essere la vicenda travagliata del più famoso anti-eroe della storia, Remo, è quella della fondazione di Roma. L’anti eroe è colui che la storia ha dimenticato; l’uomo che poteva essere e non è stato, il guerriero che ad un certo punto sceglie di affrontare anche gli dei. Che però non sono quelli dell’epica greca. “L’ira funesta che infiniti addusse lutti agli achei”, ma dei molto meno funesti, che lasciano addirittura uno spiraglio al libero arbitrio e portano l’uomo a distruggere e creare. Sono gli aruspici, infatti, – attraverso il cuore di una pecorella sacrificata – ad annunciare che uno solo dei due fratelli diventerà Re e il suo nome risuonerà per sempre. L’altro nome, ma soprattutto l’altra personalità, il carattere, verrà dimenticato.

Ed è significativa la scelta del regista, Matteo Rovere, di focalizzarsi per tre quarti di film proprio sull’anti-eroe, un meraviglioso Alessandro Borghi in formato Giancarlo Giannini, ovvero in edizione monstre. Nota a margine: se dopo aver impersonato il debole Cucchi, riesci a impersonare un personaggio che ricorda molto il Brad Pitt di Troy, recitando in protolatino, puoi fare tutto. La scelta è quella di farci innamorare – e non è neanche difficile – del personaggio e del leader fino a quando non ci si rende conto che la storia non può finire così. Non c’è uscita, non c’è spoiler, è la leggenda che lo dice, per cui il fascino eroico di Remo può attaccare su di noi fino ad un certo punto. Il punto è proprio quello della profezia degli aruspici. L’utinam degli dei che scatenano la hybris (tracotanza) dell’anti-eroe che si ribella agli dei. Sono passati più di duemila anni, eppure anche a noi sembra assurdo, a tratti, e la cosa è paradossale, che ci possa ribellare ad un oracolo. Ad un Dio che secondo Remo, che lo sfida in continuazione, non c’è. Quello tra i due fratelli – che si chiamano proprio cosi “fratrem meum”, perché sono indivisibili, qualunque cosa accada – è un conflitto d’amore (senza odio, quello non è neanche contemplato, né percepito) dall’inizio alla fine. Il conflitto tra il volere di Dio e quello dell’Io egemone. La possibilità di una società fondata sul volere del cielo, contro quella fondata sul potere temporale, che si trasforma in dittatura, paura, terrore: “Gli Dei servono a mettere paura. Allora non mi servono, perché posso crearla io la paura”, dice ad un certo punto Remo.

Matteo Rovere ha 37 anni. Così come Sydney Sibilla (anche lui – regista di Smetto quando voglio – nel board de “Il Primo Re”). Hanno fatto un film come se ne fanno pochi non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Al di là della scelta filologica del protolatino, che ricorda molto quella di Mel Gibson in “La Passione di Cristo” – in quel caso la lingua era l’aramaico – e che rende i dialoghi molto più essenziali, asciutti, e la forza degli sguardi, dei respiri, e i movimenti i veri protagonisti – sono due le cose che colpiscono. La prima è figlia della cultura cinematografica pop del board di registi, ed è un richiamo neanche così velato al budspencerismo, alla scazzotata facile, con scene di battaglie a metà strada tra Il signore degli anelli e Lo chiamavano Trinità. La seconda è il libero arbitrio che poi tanto libero non è: non c’è buono, non c’è cattivo. Non c’è giustizia. Ci siamo noi e le nostre origini. Magnifiche, potenti, sofferte. C’è un disegno degli dei. E quel disegno deve compiersi. Ma nonostante tutti noi sappiamo come andrà a finire restiamo incollati alla poltrona fino all’ultimo respiro di Remo. L’anti-eroe che la storia ha dimenticato, ma che Matteo Rovere ha riportato in vita. E chissà che “Il Primo Re” non sia proprio lui.

Blaam rating: Smokefree