L’immortale

Regia di Marco D’Amore. Con Marco D’Amore, Giuseppe Aiello, Salvatore D’Onofrio, Giovanni Vastarella, Marianna Robustelli. Genere: Drammatico, Thriller. Distribuito da Vision Distribution. Italia 2019.

Nella vita c’è sempre la possibilità di scegliere, il difficile dopo è tornare indietro”.

Nel caso di Ciro di Marzio tornare indietro è praticamente impossibile. Il film L’Immortale è uno degli esperimenti più interessanti del (nuovo) cinema italiano. Perché sposta la fruizione di una storia, quella di Gomorra, dal media televisivo a quello cinematografico, per poi riportarlo ancora lì, alla serie TV. Un modo per ricordarci che una narrazione può aprire diverse finestre e può spostarsi da un contenitore all’altro con grandissima coerenza. Il punto cruciale, quello che fa discutere e sul quale prenderò immediatamente una posizione, è uno: Ciro non è morto sulla barca presa in affitto da Sangue Blu nell’ultima puntata della terza serie. Non è stato ucciso da Genny Savastano, perché quella pallottola non l’ha colpito al cuore, ma si è fermato a pochi centimetri. Ci abbiamo messo una serie intera – la quarta – a capirlo, ma con il film riprendiamo le fila di cosa è effettivamente successo. Per molti una forzatura, un coupe de theatre che allontana definitivamente la serie dal realismo, un tradimento.

Ma non è così. E forse ci voleva proprio il cinema, con la sua sospensione dell’incredulità, per trasformare definitivamente un eroe (cattivo) in un supereroe. Che per il cinema sia l’anno degli heel è evidente: il successo di Joker non si spiega altrimenti. Che il cinema italiano sia all’avanguardia nel racconto di nuovi super eroi è un fatto altrettanto vero: è forse meno credibile la storia de L’Immortale rispetto a quella de “Lo chiamavano Jeeg Robot”? È da questo assunto, e non dal realismo (sarebbe più opportuno dire “verismo”) della narrazione a cui siamo stati abituati nella serie, che dobbiamo partire. Il confronto con l’infanzia di Ciro, sopravvissuto miracolosamente al terremoto dell’Irpinia e alla morte dei genitori, rende la figura del protagonista ancora più mistica. La storia si svolge tra la Napoli dell’infanzia, colorata di azzurro e vestita a festa per ricordarci di un altro miracolo, lo scudetto di Maradona, e la Lettonia – nello specifico Riga – luogo di questa puntata della saga. Non è una novità per Gomorra, che dopo Napoli ci ha fatto conoscere Barcellona, Sofia, Londra, Francoforte. Città molto belle e molto brutte. Posti vivi come la capitale della Catalogna, o che “non conoscun o’sole” come diceva don Pietro della città tedesca. Città dove si fanno affari e soldi, o semplicemente ci si fa i cazzi propri. Riga è tutt’altro che una brutta città. Nella maggior parte delle scene del film c’è una bella luce, la vita scorre, i locali sono pieni di belle donne. Insomma, non proprio un brutto esilio. Ma nessun luogo è la terra promessa dei personaggi di Gomorra.

Perché in questa diaspora tutta napoletana, la città promessa è una e una sola. Lo sa Genny, lo sa Pietro, lo sanno i personaggi minori come Bruno – un meraviglioso mediocre – e lo sa Ciro che però appare rassegnato a godersi Riga e i suoi agii. Dimenticate la brutta casa di Sofia, la moka sporca sul fuoco, la birra aperta sul tavolino e le pareti umide. A Riga Ciro vive in una villa, il boss russo gli ha messo a disposizione una bellissima macchina, il suo lavoro di broker è piuttosto semplice e l’unico rischio è la gestione del conflitto tra la piccola ma cattivissima mafia lettone e quella russa, più organizzata e lussuriosa. L’incontro con Bruno è l’occasione per riavvolgere il nastro di 30 anni. Bruno lavora in una azienda tessile della capitale lettone assieme ad un gruppo di famiglie napoletane che vivono tutte vicine, parlano l’unica lingua possibile e festeggiano compleanni con gli stessi palloncini azzurri dello scudetto di Maradona. Tutti tranne uno, anzi una, intravedono in Ciro una speranza e un riscatto non si capisce esattamente da cosa.

Perché le loro vite sono tutt’altro che disperate, piuttosto mediocri, fredde come può essere fredda la vita di chi è costretto a riprodurre situazioni di vita distanti, lontane, persino anacronistiche. E ritorna la questione della terra promessa: uno dei protagonisti dice che non può tornare perché “non ha il coraggio di cambiare le cose”. Un altro annuncia un ritorno che non avverrà, non a questo giro almeno. Ed è così che le famiglie finiscono per dare una mano a Ciro, diventare parte di un sistema camorristico che gli dà l’illusione di avere una nuova dignità, più sociale che economica, a 10.000 km da casa. Arrivano i soldi, le feste, piccoli, piccolissimi in realtà, eccessi. Ma non si tratta di sfarzi, perché questa è gente abituata a lavorare con le testa bassa, ed è per questo che si fa fatica a vederli come parte di un sistema malavitoso. Bruno sente quella stessa sensazione di 30 anni prima, quando con Ciro bambino sognava di diventare uno degli uomini di O’Merlo, boss del contrabbando in pieno stile anni ’80, o addirittura la sua alternativa. Ma Bruno è personaggio goffo, chiacchierone, vigliacco. Ha una donna bellissima, nel flashback del passato, che sa cantare come un angelo. Ma non ha coraggio, e Ciro se ne ricorderà. Perché nell’Immortale scopriamo che ai vigliacchi è riservato un destino diverso da quello degli eroi, siano essi eroi buoni, cattivi o tremendi. “Nessuna gloria n’copp a ‘sta terra”, solo un tormentato vagabondare lontani dal proprio destino. È chiaro fin dall’inizio del film che non c’è salvezza per Bruno. Non c’è climax, non c’è gloria, nemmeno quella momentanea, ma il regista è bravissimo a disegnare uno svolgimento che si intreccia tra passato e presente e lascia una porta aperta sul futuro. Così come con l’amore, che torna a bussare, con discrezione e contegno alla porta di Ciro. Lo fa prima con una storia innocua, quella di un bambino di 7 anni innamorato di un angelo; poi con l’incipit di una nuova passione adulta. È questo il vero miracolo, più della resurrezione: la possibilità che il cuore dell’immortale possa ritrovare un battito d’amore.

Blaam rating: più di 20 scene di fumo