Notti Magiche

Notti magiche

Un film di Paolo Virzì. Con Mauro Lamantia, Giovanni Toscano, Irene Vetere, Roberto Herlitzka, Marina Rocco. Genere: Commedia. Distribuito da 01 Distribution. Italia, 2018

Gerontocrazia contro ardore giovanile: un esperimento di meta-cinema ambientato nella Roma delle notti magiche.

Recensione di Cristiano Carriero

La voce di Bruno Pizzul è ferma, ma meno sicura ed euforica del solito. Le nostre facce sono segnate. Preoccupate. Se c’è qualcosa che può andarci storto, in un Mondiale in cui siamo i favoriti, ecco che andrà storto. Sul dischetto si presenta Roberto Donadoni. Ha lo sguardo perso nel vuoto, e tutti noi sappiamo quello che sta per accadere. Il film si apre con questa scena. Una sequenza che conosciamo a memoria, e che recita così. Donadoni sbaglia, Maradona spiazza Zenga. Poi tocca ad Aldo Serena. E cosa volete che succeda ad Aldo Serena? Succede che si fa parare il tiro dal milonguero Goycochea e l’Argentina va in finale.

Le nostre notti magiche finiscono a Napoli, mentre il film, con la sua storia così lontana dal calcio e dall’atmosfera di quei Mondiali di casa nostra, inizia. Con una macchina che finisce nel Tevere. Suicidio o delitto non si sa, quello che è evidente è che il tutto si consuma nella quasi totale indifferenza delle persone: l’Italia ha appena subito la più grande tragedia sportiva della sua storia. Se per il Brasile c’è il Maracanazo, bisognerebbe trovare un nome al dramma che si consumò in Italia il 3 luglio del 1990. Virzì lo sa, perché ama il calcio e lo usa spesso come pretesto per farci capire in quale periodo sono ambientate le sue storie.

Lo fece già in Ovosodo quando il piccolo Piero ci racconta della prima volta in cui vide una donna, “l’altra metà del cielo”. Era il pomeriggio della finale tra Italia e Germania, quella del 1982. Così come Ivanone, Alessio Fantozzi, grande tifoso del Livorno, festeggia davanti alla TV la vittoria della Coppa Italia di Serie C 1986-1987. Un traguardo di basso profilo, solo per chi non tifa per gli amaranto. “Notti Magiche” utilizza i Mondiali italiani come sfondo, una maniera per scandire il tempo attraverso dei televisori accesi qua è là e partite che non vengono viste. In Notti Magiche ‘è una critica, neanche troppo velata, al cinema italiano. Ai registi e agli sceneggiatori che raccontano Marrakesh anziché parlare di Piombino e delle fabbriche, il Medioevo anziché il presente.

Sono tanti i riferimenti a Ovosodo: gli operai, il fratello autistico (sembra di rivedere Ivanone, ma è solo un piccolo flash), Regina Orioli, il vecchio amico Mirko. Ci sono tre personaggi (forse quattro) in cerca di autore. Che sono contemporaneamente autori in cerca di personaggi. Sono talenti della sceneggiatura e della scrittura, cenano con i grandi del cinema e ascoltano i loro discorsi che non portano da nessuna parte; poi nella pratica finiscono per fare i ghostwriter o meglio i “negri”. Veloci, giovani e con idee più più concrete che rivoluzionarie. Ma soprattutto con quell’ardore giovanile di leopardiana memoria. Un ardore che li porta a non dormire, a litigare a scopare (e farsi scopare). A scrivere, a non chiudere occhio per scegliere l’aggettivo giusto. Le notti dei protagonisti sono tutt’altro che magiche: sono insonni, perfide, ruvide, illusorie.

La pellicola è una continua ricerca di citazioni, di personaggi – Fellini, Antonioni, Benigni, Mimì metallurgico, Mastroianni lasciato dalla “stronza” – con la scusa della soluzione di uno dei gialli più banali della storia del cinema. Paolo Virzì, il regista, e Francesca Archibugi erano effettivamente giovani negli anni ’90: il cinema è un’istituzione gerontocratica in cui i soliti vecchi giganti dominano e ai ragazzi non rimane che aspettare quel momento che non arriva mai. La trama è debole, il racconto perfetto. Un interessante esperimento di narrazione e meta-cinema più che un film tra i migliori di Virzì. A cui vorrò sempre bene lo stesso.

 

Blaam rating: più di 20 scene di fumo