Odio l’estate

Regia di Massimo Venier. Con Aldo Baglio, Giovanni Poretti, Giacomo Storti, Lucia Mascino, Carlotta Natoli, Maria Di Biase. Genere: Commedia. Distribuito da Medusa. Italia 2020.

Il ritorno di Aldo, Giovanni e Giacomo

Aldo, Giovanni e Giacomo, quando meno te lo aspetti. Anzi, quando ormai non te li aspetti più. Gli ultimi film dei tre, senza mezzi termini, erano stati un disastro. C’erano da dimenticare i pessimi film natalizi e la “Fuga da Reumapark”. E anche nelle ultime apparizioni in TV il trio era sembrato stanco, come quei vecchi comici che si aggrappano alle solite battute, per cercare di far ridere. Invece “Odio l’estate” è un gran bel film, forse una delle commedie italiane più convincenti dell’ultimo anno, Tolo Tolo compreso. Il merito è sicuramente di Massimo Venier, che riesce a riportare il trio non dico ai livelli di “Tre uomini e una gamba” (lo fa solo con due auto-citazioni e un piccolo viaggio all’interno di un film ambientato in un solo luogo, un’isola tra l’altro), ma a quelli di “Chiedimi se sono felice” e di “Tu la conosci Claudia” sicuramente.

Anche grazie ad alcune intuizioni tanto scontate, quanto intelligenti: Aldo, Giovanni e Giacomo non possono più reggere da soli l’urto di un film intero? Dentro un trio di donne di grandissima caratura: la simpaticissima Maria Di Biase, Carlotta Natoli e l’affascinante Lucia Mascino. Il loro apporto è più strutturato di quello delle due donne storiche dei film di Aldo, Giovanni e Giacomo: Silvana Fallisi e Marina Massironi. I tre sono cresciuti un po’ troppo per raccontare le pulsioni d’amore? Dentro due giovanissimi alla loro prima vera cotta. Sono i figli, adolescenti, che fino ad oggi erano stati una presenza marginale, a innamorarsi. Ad Aldo, Giovanni e Giacomo, invece, serve mantenerlo vivo l’amore. Con priorità diverse: quella di Giacomo è essere accettato come padre prima ancora che come bravo compagno. Quella di Giovanni è invece sentirsi marito realizzato oltre che papà premuroso. Quella di Aldo è l’impresa più complicata, anche se sembra la più semplice di tutte: la felicità.

Ed è proprio intorno a questo concetto, così maledettamente complicato, che si regge tutto il film. La felicità dell’estate, che si aspetta e si anela, si ama e si odia, soprattutto quando sta per finire. È una metafora fin troppo banale della vita, che ci mette di fronte a mille corse ma poi ad un certo punto ci chiede di fermarci: perché si diventa madri e padri, perché i figli crescono, i cani scappano, ci si ammala, e si può persino morire. L’estate dura poco, a volte dura troppo, ma quello che vuole raccontarci Venier, è che dura quanto deve durare. Come in un’isola di vacanzieri, dove uno dei momenti più attesi dagli abitanti del posto è quello dei fuochi d’artificio e dello striscione Arrivederci Estate. Come a dire Grazie signori, è stato bello però adesso fuori dai coglioni. Il tempo che abbiamo per godercela, questa estate, è un tempo relativo, ma che proprio per questo va usato fino in fondo, perché la ricerca della felicità è un dovere e un diritto di tutti. “Odio l’estate” fa ridere – ho contato al cinema più risate rispetto, ad esempio, al film di Checco Zalone – fa piangere e fa riflettere.

Non so quanto sia voluto, ma per certi versi ricorda un romanzo di Nevo con la velleità, spesso centrata, di mettere al centro l’amore e l’amicizia adulta. Impresa difficilissima quando hai passato praticamente tutti i film a parlare di amicizia, ma qui c’è qualcosa di più profondo. Sebbene l’espediente narrativo ci costringa a forzare la mano (i tre si conoscono praticamente nella stessa estate in cui diventano amici, ma poi sembra lo siano da una vita), la sospensione dell’incredulità la accettiamo perché i protagonisti sono loro: Aldo, Giovanni e Giacomo. Odio l’estate racconta quindi una amicizia matura, profonda, in cui si affrontano temi molto più delicati e complessi e che fanno pensare ad una sorta di confessione del trio: Giovanni che ormai è più preso dalla salute, dall’esercizio fisico e dall’alimentazione, Giacomo che ha più di qualche frustrazione da intellettuale e forse si è stancato di far ridere, Aldo che sotto sotto confessa la sua pigrizia da attore, accettandola definitivamente.

Il deja vu delle scene di alcune film – la ricerca del cane, il “non ci posso credere” e soprattutto la partita, la stessa partita con la stessa colonna sonora (Che coss’è l’amor) sulla spiaggia, solo che questa volta non si gioca contro il Marocco ma contro il Papeete, e non è un caso – creano quel fil rouge con i road movie del trio e ci aiutano a credere nella storia di una amicizia profonda e radicata. Tanto che, non per la prima volta, i tre usano i loro veri nomi e cognomi nel film. Particolare importante, perché ci comunicano che sono loro davvero a raccontarsi. Bellissima la colonna sonora, con alcune canzoni di Massimo Ranieri, idolo di Aldo (a lui dobbiamo il “non ci posso credere”), che nel film appare in un cammeo che però è una delle scene più importanti, e con “La Verità” di Brunori Sas che riassume in un verso uno dei grandi temi del film “La verità è che ti fa paura, l’idea di scomparire, l’idea che tutto questo a cui ti aggrappi prima o poi dovrà morire”. Un po’ come l’allegria e la spensieratezza dell’estate, dell’amore adolescenziale, del sesso che si fa da grandi, delle nostre mille paturnie di ogni giorno a lavoro. Brunori riesce in quell’impresa che nei film precedenti, quelli più belli, era riuscita a Samuele Bersani, soprattutto con canzoni come “Chiedimi se sono felice” e “Spaccacuore”, con canzoni capaci di commuovere all’interno di un film comico. Piccoli grandi capolavori. Il finale di Odio l’estate fa pensare ad un’opera ultima, inaspettata e bella. Almeno questo è quello che ho pensato io, o come mi piacerebbe fosse. In fondo sarebbe giusto così.

Blaam rating: più di 20 scene di fumo