Rifkin’s Festival

Regia di Woody Allen. Con Elena Anaya, Louis Garrel, Gina Gershon, Sergi Lopez, Wallace Shawn, Christoph Walz. Genere: Commedia. Distribuito Vision Distribution, Wildside. Usa, Spagna, Italia 2020.

Per poter parlare dell’ultima fatica dell’autore ho bisogno di dire una cosa davvero importante: questo è un film di Woody Allen e può sembrare banale come affermazione, ma fidatevi del vostro “ recensore “ di fiducia, questo film è Woody. Ma proprio lui, alla massima potenza; se lo ami o lo odi non è importante. Tanto lo odio anche io.

Si, odio Woody Allen come fosse il compagno di banco che sapeva tutte le risposte o come l’amico figo che faceva innamorare tutte le ragazze su cui il sole poteva poggiarsi. Proprio per questo motivo mi sono recato al cinema, sperando che Allen facesse uno di quei film così brutti, che avrei passato tutta la sera a parlarne male ed esortarlo a smettere, in modo da liberarci, definitivamente, di quei dannati film di Woody Allen. Lui ha sempre avuto uno standard: un uomo fragile e problematico e possibilmente ebreo (regista ebreo, protagonisti ebrei) che si invaghisce di una donna superiore in termini di potenza emotiva e status sociale. Incredibilmente ripetitivo, ma con qualche capolavoro di genere (inventato chiaramente da lui)

Purtroppo però, stavolta non posso che battere il cinque alto all’artista. Credo che a questo giro, il regista ha fatto centro. Prima di parlarne affondo, brevi cenni sulla trama, almeno la contestualizzazione ecco.

Il protagonista di questa pellicola è un uomo un po’ trasandato e in là con l’età ( proprio come Allen ) che accompagna la moglie ad un festival del cinema, proprio perché la moglie è collante fra un certo tipo di regista e il mondo agghiacciante delle interviste e dei servizi di pubblicità.  Le vicende del nostro caro protagonista si fonderanno con un luogo a lui non molto conosciuto (San Sebastian) e con una dottoressa con evidenti problemi di coppia. Prima ho detto quanto questo film respirasse la vera natura dell’autore, che è proprio l’ambiente cinematografico; ma non i soliti clichè da film socialmente impegnati. Si, dico clichè proprio perché l’industria cinematografica è sempre ben i linea con i futuri premi, che tramutano un possibile bel film nel capolavoro di spessore culturale.

Allen scrive e dirige un film dedicato, soprattutto, alla bellezza del cinema. A quella bellezza che tutti i cinefili rincorrono per l’intera vita, per sentirsi immortali e capiti. Sembrerebbe banale la mia affermazione, proprio perché l’arte tutta dovrebbe comportarsi così. Ripeto, dovrebbe. Allen arricchisce le dinamiche di un festival sul cinema (interviste, serate con una certa cerchia di persone ecc.. ) con sogni che riprendono i grandissimi classici europei: dal genio di Fellini al talento cristallino di Truffaut. Tutto questo per dire, che un autore con più di trenta film alle spalle non ha smarrito la vera forza motrice di un artista: la voglia e la passione di trasmettere arte. In un’epoca in cui gli Avengers gonfiano i guadagni dei botteghini, ricordatevi di Woody Allen, magari un regista cattivo, ma non un cattivo regista (semicit. al capolavoro di Von Trier: “ Il grande capo “).

Blaam rating: meno di 20 scene di fumo